Il corpo non è un problema da risolvere: ripensare il benessere oltre la bilancia
- Paolo Patria

- 17 apr
- Tempo di lettura: 3 min
Quante volte, nel lavoro clinico quotidiano, ci siamo trovati di fronte a una persona che descrive il proprio corpo come qualcosa da correggere, domare, ridurre? Una sensazione di inadeguatezza strutturale, radicata nel tempo, spesso alimentata — inconsapevolmente — da anni di approcci focalizzati sul peso come indicatore primario di salute e benessere.
È un pattern ricorrente, trasversale alle diagnosi, che merita di essere esaminato con attenzione critica.
Quando il peso diventa il problema sbagliato
La ricerca degli ultimi vent’anni ha progressivamente eroso le fondamenta del paradigma peso-centrico. Uno degli studi più citati in questo senso è il lavoro di Hunger e colleghi (2015, pubblicato su Psychological Science), che ha dimostrato come lo stigma legato al peso — e non il peso in sé — sia un predittore significativo di esiti psicologici negativi, inclusi sintomi depressivi e comportamenti alimentari disfunzionali.
Il movimento HAES (Health at Every Size), supportato da una crescente letteratura scientifica, propone una rivoluzione concettuale: separare il benessere dalla taglia corporea, spostando il focus su comportamenti salutari, ascolto interno e qualità della vita percepita. Una meta-analisi pubblicata su Nutrition Journal (Bacon & Aphramor, 2011) ha mostrato che gli interventi HAES producono miglioramenti stabili su pressione sanguigna, parametri metabolici e benessere psicologico, senza indurre le ricadute tipiche delle diete restrittive.
Il costo clinico dello sguardo giudicante
Per chi lavora in ambito psicologico, dietistico o della salute in senso ampio, questa prospettiva ha implicazioni pratiche dirette.
Quando un professionista — anche involontariamente — trasmette al paziente l’idea che il corpo sia un problema da risolvere, rischia di rinforzare la vergogna corporea (body shame), ridurre la motivazione intrinseca al cambiamento e aumentare la probabilità di comportamenti compensatori o episodi di abbuffata.
La ricerca di Tylka e colleghi (2014) ha evidenziato come la percezione di stigma da parte del curante sia uno dei fattori che più incide sull’abbandono dei percorsi terapeutici. Non è un dettaglio marginale: è un dato che dovrebbe guidare la formazione di ogni professionista che lavora con il corpo e il cibo.
Un cambio di prospettiva: dalla correzione all’ascolto
L’approccio Mindful Eating offre in questo senso una cornice clinica coerente. Non si tratta di eliminare la valutazione clinica né di ignorare parametri di salute rilevanti, ma di reintegrare la persona — con la sua storia, le sue emozioni, la sua esperienza corporea — al centro del processo terapeutico.
Il protocollo MB-EAT (Mindfulness-Based Eating Awareness Training) sviluppato da Jean Kristeller, su cui si fonda parte del nostro percorso formativo, ha dimostrato efficacia clinica nella riduzione degli episodi di binge eating, nel miglioramento della regolazione emotiva e nell’aumento della consapevolezza dei segnali interni di fame e sazietà (Kristeller et al., 2014, Mindfulness).
Integrare questa prospettiva nel proprio lavoro non significa rinunciare alla competenza clinica. Significa ampliarla.
Cosa cambia nella stanza terapeutica
In pratica, adottare un approccio non peso-centrico richiede:
• Riconoscere il linguaggio della cultura della dieta nelle domande che si fanno, nelle aspettative implicite che si trasmettono
• Creare uno spazio sicuro in cui il paziente possa esplorare il proprio rapporto con il corpo senza timore di giudizio
• Spostare il focus dal controllo alla consapevolezza: non “quanto hai mangiato?” ma “cosa stavi sentendo?”
• Praticare la self-compassion — verso i pazienti e verso sé stessi come professionisti, specialmente di fronte a percorsi non lineari
Come scrivono Neff e Germer (2013) nei loro studi sulla self-compassion clinica, la gentilezza verso sé stessi non indebolisce la motivazione al cambiamento: la rende più sostenibile.
Formarsi in questa direzione è una scelta professionale precisa
Integrare un approccio non peso-centrico nella propria pratica richiede competenze specifiche: conoscere la cultura della dieta e il suo impatto psicologico, padroneggiare il protocollo Mindful Eating, saper lavorare con la gestione delle abbuffate senza alimentare il ciclo restrizione-perdita di controllo.
Il nostro Corso di Formazione Professionale in Mindful Eating — accreditato con 50 crediti ECM per il 2026 — è stato costruito proprio per rispondere a questa esigenza. Con oltre 22 ore di contenuti, materiali operativi pronti all’uso e un workbook di oltre 100 pagine, accompagna psicologi, nutrizionisti e dietisti nell’integrazione di questa metodologia nella pratica clinica quotidiana.
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Il corpo non ha bisogno di essere risolto. Ha bisogno di essere ascoltato. E noi professionisti possiamo imparare a farlo — un passo alla volta.





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