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L’Esercizio dell’Uvetta: la pratica Mindful Eating che cambia il rapporto con il cibo

  • Immagine del redattore: Paolo Patria
    Paolo Patria
  • 23 apr
  • Tempo di lettura: 3 min

C’è un momento, nelle prime sessioni del percorso Mindful Eating, in cui qualcosa si interrompe. Non in senso negativo — anzi. Si interrompe il pilota automatico. E accade con un solo chicco d’uva passa.

L’esercizio dell’uvetta è una delle pratiche fondanti del protocollo MB-EAT (Mindfulness-Based Eating Awareness Training), sviluppato dalla psicologa Jean Kristeller. È semplice, accessibile, non richiede attrezzature. Eppure, nella pratica clinica, produce uno dei cambiamenti percettivi più profondi che un professionista possa facilitare.


Come funziona

Il paziente — o il professionista in formazione, perché questa pratica si fa prima su sé stessi — tiene in mano un chicco d’uvetta e riceve una consegna insolita: esploratelo come se foste degli extraterrestri appena arrivati sulla Terra, e questo fosse il primo oggetto che incontrate.

Nessuna fretta. Nessun giudizio. Solo osservazione sequenziale, senso per senso.

Si inizia con la vista: forma, colori, rughe, bordi irregolari, il modo in cui la luce lo attraversa. Poi il tatto: la superficie, le pieghe, la resistenza tra le dita. Poi l’udito: si avvicina all’orecchio, si stringe leggermente. Poi l’olfatto: dolce, acido, terroso? E intanto, qualcosa inizia a succedere nella bocca. Infine il gusto: il chicco entra in bocca senza essere masticato, si lascia stare. Poi si mastica lentamente, seguendo il sapore fino alla deglutizione.

L’intero esercizio dura pochi minuti. L’effetto dura molto di più.


Cosa accade neurologicamente


La ricerca di Kristeller e colleghi (2014, Mindfulness) ha documentato come il protocollo MB-EAT — di cui l’esercizio dell’uvetta è il primo tassello — produca una riduzione significativa degli episodi di binge eating e un miglioramento della capacità di riconoscere i segnali interni di fame e sazietà.

Il meccanismo sottostante è ben spiegato dalla neuroscienza dell’attenzione: quando mangiamo in modo automatico, la corteccia prefrontale è largamente disattivata. Il cibo viene processato come routine, non come esperienza. L’esercizio dell’uvetta interrompe questo schema attivando circuiti di attenzione intenzionale e rallentando la velocità di elaborazione sensoriale.

In termini più diretti: il cervello torna a percepire invece di semplicemente eseguire.



Il valore clinico per il professionista


Perché proporre questa pratica a pazienti con un rapporto difficile con il cibo?

Perché molte persone che lottano con abbuffate, restrizioni o emozioni legate al cibo hanno sviluppato una relazione con l’alimentazione basata sul controllo, sul giudizio o sulla dissociazione. Il cibo è diventato nemico, rifugio, o entrambe le cose.

L’esercizio dell’uvetta non chiede di mangiare in modo corretto. Non chiede di contare, misurare, valutare. Chiede solo di essere presenti. E questa semplicità è, clinicamente, rivoluzionaria.


Per psicologi, nutrizionisti e dietisti, questa pratica offre uno strumento concreto per:

aprire una conversazione sull’alimentazione automatica senza generare difese

rendere tangibile il concetto di consapevolezza a chi lo trova astratto

osservare direttamente, in seduta, come il paziente si relaziona con il cibo in assenza di pressione valutativa

introdurre la self-compassion attraverso l’esperienza, non attraverso la spiegazione


Prima di proporla ai pazienti: sperimentarla su sé stessi

Questo è un punto su cui il nostro percorso formativo è fermo: nessuna pratica si trasmette davvero senza averla attraversata in prima persona.

Fare l’esercizio dell’uvetta come professionista — con la stessa lentezza, la stessa sospensione del giudizio che si chiederebbe a un paziente — non è un esercizio preparatorio accessorio. È formazione. Permette di capire dove si attiva la resistenza, dove la mente comincia a vagare, dove il senso di “perdo tempo” prende il sopravvento. E permette di stare con quella resistenza, invece di aggirarla.


Questa è solo una delle pratiche del percorso

Nel nostro Corso di Formazione Professionale in Mindful Eatingaccreditato con 50 crediti ECM per il 2026 l’esercizio dell’uvetta apre il secondo modulo, quello dedicato al protocollo MB-EAT. Da lì si prosegue con le cinque patatine, l’esplorazione dei nove tipi di fame, il lavoro sui trigger delle abbuffate, il body scan, la self-compassion e molto altro.

Ogni pratica ha una logica clinica precisa. Ogni strumento è accompagnato da materiali operativi pronti all’uso con i tuoi pazienti.



A volte il cambiamento più grande inizia da un chicco d’uvetta. Non perché il cibo sia magico, ma perché l’attenzione lo è.


psiconutrizione e mindful eating



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